Archeologia preventiva. Norme spesso eluse

di  Vincenzo Tiné

Un recente episodio di cronaca ligure (“Il Secolo XIX”, edizione Levante del 2 giugno) suggerisce l’opportunità di un chiarimento sulle norme di legge (Codice dei beni culturali e del paesaggio; D.Lgs. 42/2004) e di regolamento ministeriale, conseguente alla cosiddetta “riforma Franceschini” del MiBACT (Dpcm 271/2014), che regolano la demolizione di beni culturali. Può apparire un controsenso ma si tratta di una fattispecie più frequente di quanto non si creda, soprattutto in ambito archeologico considerato che in Italia il sedime delle città storiche conserva innumerevoli “cose immobili e mobili che presentano interesse archeologico”. Come tali, per legge, esse “appartengono allo Stato e fanno parte del demanio o del patrimonio indisponibile dello Stato”. Questo alto livello di tutela archeologica, intesa dal legislatore come particolarmente qualificante il nostro paese, confligge pesantemente con le opere pubbliche e private che interessano il sottosuolo, come infrastrutture stradali e impiantistiche, garage e interrati o ogni altro
intervento che comporti scavo in aree ad alto rischio archeologico.
Tra queste occupano le prime posizioni le nostre città d’arte, come in Liguria: Genova, Savona, Chiavari, Albenga, Sarzana, Ventimiglia. Non sono esenti da questo rischio anche altri centri, meno ovvi dal punto di vista storico e monumentale ma non da quello archeologico, considerata l’ormai enorme estensione del
campo semantico, giuridico (Convenzione europea della
Valletta, ratificata dall’Italia nel 2015) e deontologico del
termine “archeologia”. La principale contromisura per
fronteggiare questo conflitto tra tutela archeologica e necessaria
evoluzione/trasformazione delle aree urbane e del territorio è rappresentata da quello straordinario strumento normativo che va sotto il nome di “archeologia preventiva”. Da quasi vent’anni
ormai in Italia il Codice degli appalti pubblici disciplina una peculiare procedura di “verifica preventiva dell’interesse archeologico”, che
rende obbligatorie fasi prodromiche di analisi, prospezioni
e sondaggi per qualsiasi progetto di opere e lavori condotti da enti pubblici o a maggioritaria partecipazione pubblica, come tutti gli enti locali ma anche le aziende fornitrici di servizi ex-municipalizzate, Anas, Autostrade, etc. Purtroppo questa previsione
di legge viene spesso elusa, rinviando la verifica archeologica alla fase esecutiva dei lavori, quando è troppo tardi per una loro sostanziale modifica. Si verificano, così, situazioni di conflitto tra enti committenti e Soprintendenza, con un rimpallo di responsabilità sul protrarsi dei tempi di realizzazione, che finisce per coinvolgere il cittadino.
Tutto questo non succederebbe se le norme dell’archeologia preventiva venissero sistematicamente implementate dalle amministrazioni interessate. In alcune grandi città di altre regioni italiane, come nella mia personale esperienza a Padova, Vicenza, Verona, Treviso e in diversi altri centri veneti, le amministrazioni locali o le aziende partecipate hanno previsto contratti di assistenza archeologica sistematica per le loro opere e in particolare per quelle impiantistiche e a rete. L’estensione e la manutenzione delle reti fognarie, telefoniche e energetiche interessano quotidianamente i nostri abitati, comportando blocchi della circolazione mal digeriti dal cittadino e di cui spesso l’archeologia (colpevolmente trascurata) diventa il capro espiatorio. Cosa succede, infatti, quando emergono strutture archeologiche di rilevante interesse nella fase ormai esecutiva di lavori che interessano il sottosuolo, come avvenuto in questi giorni a Chiavari nella centrale via Delpino? Il succitato nuovo regolamento ministeriale prevede una procedura molto chiara per l’eventuale demolizione di questi beni culturali, motivata da necessità non certo “culturali” ma per così dire “strutturali”, di cantiere. Innanzi tutto devono esistere le ragioni che rendano possibile detta demolizione, ovvero di norma che si tratti di demolizione parziale e circoscritta di un bene altrove conservato nella sua interezza residuale e ben inquadrato dal punto di vista storico e tecnico (come nel caso in esempio delle mura cinquecentesche di Chiavari).
A quel punto il funzionario archeologo responsabile della Soprintendenza, ricevuta la documentazione di scavo dalla ditta incaricata, la esamina e redige una relazione per il soprintendente, che la approva e la trasferisce alla Commissione regionale per il patrimonio culturale. Si tratta di un organo collegiale composto dai diversi Soprintendenti (in Liguria quello per Archeologia, belle arti e paesaggio e quello per Archivi e biblioteche), dal direttore del Polo Museale e dal segretario regionale, che lo presiede. E’ la stessa commissione che ratifica le istruttorie di dichiarazione o verifica di beni culturali (cd. “vincoli”) e gli atti di maggiore importanza per la tutela dei beni culturali regionali. La ratio di questa collegialità appare tanto più evidente per la demolizione dei beni culturali,
che il Regolamento affida al consenso unanime dai componenti.
Definire sbrigativamente come inutile burocrazia le norme di tutela di interessi nazionali sanciti costituzionalmente (il famoso articolo 9 della Costituzione) appare come una pericolosa deriva qualunquista… Meglio organizzarsi prima, prevenendo
il rischio archeologico affinché divenga valore e
non danno.

articolo pubblicato su Il Secolo XIX, giovedì 7 giugno 2018