In memoria di Enzo Lippolis

 

Sabato scorso ci ha lasciato Enzo Lippolis. Uomo, amico, archeologo. In quest’ordine è forse meglio perché la sua profonda umanità metteva in ombra perfino la sua eccellenza scientifica. Unanimemente riconosciuta e strameritata per la sua profonda dedizione e passione nello studio e sul campo.

L’incoronazione televisiva e il primo posto in classica del suo Dipartimento sono solo il riflesso esteriore – estemporaneo ed effimero – di una vita consacrata all’archeologia dei Greci della madrepatria e dell’Occidente. Un campo in cui Enzo era ormai il più grande. E se lo splendido ricordo che ne fa il giornalista Gramellini ha un unico limite è quello di aver interpretato il sorriso di Enzo, coronato d’alloro da Cristiana Capotondi, come quello di “un bambino che ha fatto bene i compiti”. Chi lo conosceva bene sa, invece, che quella foto ritrae il classico (ma non ionico…!) sorriso, eternamente imbarazzato e insieme ironico e autoironico, dell’uomo Enzo Lippolis.

E come uomo e amico preferisco ricordarlo, trent’anni dopo la nostra convivenza ad Atene e in giro per la Grecia con gli altri compagni della Scuola Archeologica Italiana: le archeologhe Chiara Tarditi e Antonella Pautasso (al secondo anno) e gli architetti Paola Vaccarello e Nicolò Masturzo. Una benefica integrazione delle competenze tecniche tipica della vecchia e rimpianta Scuola di Atene, che ha preceduto di un secolo quella attuale delle Soprintendenze.

Per tutti noi della Scuola, allievi del 1987 ma anche colleghi e allievi nei decenni successivi a Creta, Enzo era una sicurezza. Umana e scientifica allo stesso tempo. L’amico, il collega, il maestro a cui rivolgersi per avere conforto, esistenziale e/o scientifico, dato che nella nostra professione spesso si accompagnano. E allo stesso modo è facile immaginare Enzo come il miglior marito e padre possibile per Isabella e loro carissime figlie nella loro bella casa di Bologna e in quella del Forte, dove li ricordo uniti e felici.

Della sua altruistica filosofia quotidiana, insieme stoica ed edonistica in un perfetto mix magnogreco, mi è rimasta impressa una scena in particolare: nel teatro di Mileto, durante una delle scorribande a basso budget previste dal vecchio sistema della Scuola. Lui prendeva appunti minuti sul suo immancabile quadernetto, mentre io non potevo farlo (ammesso di averne voglia) perché avevo appena perduto una stilografica Montblanc che valeva quanto un’intera borsa di studio mensile della Scuola. Sconsolato cercavo – come tutti, sempre, per tutto – conforto in Enzo. E ricordo ancora il suo consiglio: “Le cose nella vita si perdono. L’importante è potersele ricomprare…”.

Solo la vita purtroppo nessuno può ricomprarla, neanche ai migliori e ai più cari. Perché altrimenti non si troverebbe uno, tra amici e colleghi, non disposto a dare molto per riavere la sua.

E se come gli eroi se ne è andato incoronato e felice, come scrive Gramellini, è anche purtroppo vero che sono sempre i migliori ad andarsene prima.

 

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